Nouvelle Vague
Sono al cinema e sto guardando Nouvelle Vague (Richard Linklater, 2025) e mi rendo conto di essere in difficoltà, il film mi sta piacendo ma allo stesso tempo mi provoca anche una sensazione di inquietudine.
La trama del film è questa: nel 1959 Jean-Luc Godard ha 29 anni e un grande senso di insoddisfazione, è un critico cinematografico ma ambisce a una carriera di regista e cerca disperatamente di avviarla lavorando a quello che sarà il suo lungometraggio di debutto, Fino all'ultimo respiro (À bout de souffle).
Per circa un centinaio di minuti sullo schermo si susseguono una serie di immagini che ricostruiscono la Parigi degli anni '50, il dietro le quinte e le riprese, fornendo una specie di controcampo immaginato di alcune scene che sono rimaste nella storia del cinema. Molti ricordano che so, i primi piani di Jean-Paul Belmondo con la sigaretta in bocca o il fascino gamine di Jean Seberg ma in 'Nouvelle Vague' vediamo anche tutto quello che ci stava intorno, la troupe schiacciata negli angoli di stanze anguste, la macchina da presa nascosta nel carretto della posta, i passanti in strada che si fermano qualche minuto a osservare. Tutta questo lavoro di ricostruzione è davvero impressionante, e a parte alcuni rarissimi momenti l'illusione non viene mai spezzata, si ha quasi la sensazione di guardare un documentario con immagini dell'epoca ritrovate e restaurate.
A ogni nuova sequenza del film di Linklater si aggiungono nuovi ostacoli alla realizzazione del film di Godard, il bisogno di reperire finanziamenti, convincere gli attori, trovare le location, scrivere i dialoghi, girare le scene: Jean-Luc affronta tutto molto seraficamente fumando una sigaretta dopo l'altra, e la sua soluzione resta sempre quella di aggirare i problemi con la creatività e la spontaneità, rompendo tutte le regole e le consuetudini che hanno reso il cinema così rigoroso e anche un po' noioso. Il protagonista del film che stiamo guardando vince la sua sfida realizzando un film diverso, in aperto contrasto con le opinioni di quasi tutti i suoi collaboratori.
Da qui il mio senso di inquietudine. Sono seduto in una delle comodissime poltrone vellutare del cinema all'interno della Fondazione Prada, una sala bellissima intitolata a Godard e sto guardando un film americano su una piccola parte della sua vita. Sullo schermo l'attore che lo interpreta guarda À bout de souffle in una saletta molto più angusta e coperta da una spessa coltre di fumo. La realtà e la finzione si avvitano su se stesse diverse volte e forse sarebbe meglio non farsi troppe domande. Questa è come dicono i critici è una lettera d'amore al cinema, solamente non a quello che stiamo guardando in questo preciso momento.